lunedì 6 febbraio 2017

Blad Runner reload n. 1


Io ne ho viste cose che voi umani non potreste neanche immaginarvi: il ritorno di D'Alema, che nemmeno la peggior faccia da culo dell'asteroide Eta Beta poteva osare...
La De Filippi che canta 'Trottolino amoroso dududadada' con la voce di Linda Blair ne L'Esorcista...
La pettinatura di Marzullo...
E' tempo di morire.
@ Danila Faenza

martedì 31 maggio 2016

Aiutiamo Carmen Di Pietro a capire il significato del punto interrogativo.



Ho visto alcuni stralci di questi video a Striscia la notizia e ne sono rimasta folgorata:
Carmen Di Pietro recita alcune tra le più celebri poesie italiane con insospettabile intensità. Tuttavia l’attrice potrebbe notevolmente migliorare le sue performances con un migliore uso del punto interrogativo.
Incoraggiamola con qualche lezione.
Lezione numero 1: il punto interrogativo si esprime con questo simbolo: ?.
Ove appaia un punto interrogativo, il tono della voce deve esprimere una domanda; quando il simbolo non appare, la domanda non c’è.
Forza Carmen, ce la puoi fare!


Danila Faenza ©

mercoledì 16 dicembre 2015

Il jukeboxe del passato: Mango, Tu...sì

Pochi giorni fa ricorreva il primo anniversario della morte di Mango, morte inaspettata e sconvolgente per coloro che assistevano al concerto in cui si è sentito male ma, soprattutto, per i suoi familiari.
L’Italia è un Paese anomalo: generalmente non riconosciamo il ‘genio’ se non dopo la morte, qualche volta nemmeno in questa circostanza; altre volte, al contrario, creiamo dei falsi miti intorno a persone pochissimo dotate o dotate esclusivamente o quasi di ‘qualità’ esteriori come la bellezza, la gioventù, la spavalderia, l’inconsapevolezza, l’arrivismo fine a se stesso (vedi i gieffini, i tronisti, le veline, i trombisti, nani e ballerine). Peccato, perché le ‘eccellenze’ della nostra terra sono ben altre.
Personalmente credo che Mango sia stato un interprete non grande ma enorme grazie alla sua vocalità, unica e dal timbro particolarissimo; come musicista aveva una sua ‘cifra’, nel senso che le sue musiche portavano la sua firma: se avevi un minimo di sensibilità musicale capivi che quella canzone l’aveva scritta lui anche se era interpretata da Loretta Goggi, da Mia Martini, da Loredana Berté (e comunque non parliamo di starlette, ma di grandi interpreti)
Si trattava di una musicalità che, da profana’, definirei ‘aperta’, nel senso che, nell’inciso, le sue canzoni mutavano di melodia e si espandevano in maniera ‘mediterranea’, aldilà della struttura iniziale del brano.
Un esempio per tutti sia Tu... sì  , brano presentato al Festival di Sanremo nel 1990 e scritto da Mango e dal fratello Armando: nell’album che ospita la canzone, molti brani sono scritti, per la parte letteraria, da quel mostro di bravura che è Mogol; tuttavia la differenza non si percepisce, perché è la musica a portarci in un'atmosfera unica.
Oltre alla tecnica, si percepisce l’ispirazione, l’anima, l’originalità dell’artista.
Come Domenico Modugno, Giuni Russo, Mia Martini, Pino Daniele, Lucio Dalla e Lucio Battisti, Mango era un artista unico, insostituibile. Ci mancherà la sensualità del suo timbro e del suo falsetto, la mediterraneità della sua voce, la sua bellezza, la sua ritrosia all'esposizione mediatica, inversamente proporzionale al suo talento, la sua originalità di compositore e di interprete.



© Danila Faenza

martedì 3 novembre 2015

Pasolini: 40 anni senza la sua voce

In questi giorni tutte le reti televisive hanno commemorato, in svariati modi, la morte di Pier Paolo Pasolini, assassinato il 2 novembre del 1975, a soli 53 anni.  
Nato a Bologna dal matrimonio tra un ufficiale dei carabinieri romagnolo e una maestra friulana, Susanna Colussi, visse in svariate località a causa della professione paterna. A Bologna, in  via Borgonuovo 4, dove nacque, c’è ancora una targa che lo ricorda.
Sulle dinamiche della sua morte ancora permangono molti dubbi, a causa di testimoni reticenti e circostanze poco chiare, sottolineate sia dalla sua amica del cuore, Laura Betti, sia da altre autorevoli voci (dalla giornalista Oriana Fallaci al regista Marco Tullio Giordana che, nel suo film Pasolini, un delitto italiano -1995-, evidenzia le contraddizioni emerse nel processo a Pino Pelosi, l’uomo ritenuto il solo responsabile dell’omicidio).
Negli ultimi anni, peraltro, Pelosi, pur avendo già scontato la condanna, ha raccontato altre versioni del fatto, ammettendo che l’omicidio dell’intellettuale sarebbe stato perpetrato insieme ad altre persone- cosa da sempre ritenuta probabile- e in conseguenza della richiesta di un riscatto del furto di alcune ‘pizze’ di un film di Pasolini.
Qualsiasi cosa sia successa quella notte , al tempo la reazione dell’opinione pubblica, in generale, fu quella di chiudere il caso come la naturale conseguenza di una devianza – quindi di una colpa- consistente nell’omosessualità , ‘aggravata’ dal comprare il sesso facile con ragazzini poveri – e sfruttabili- nei bassifondi di Roma.
Questa ‘pubblica sentenza’ fu certo agevolata dalla ‘scomodità’ del personaggio Pasolini, una delle voci intellettuali più raffinate e ‘fuori dal coro ’ della cultura italiana.
Cattolico, comunista e omosessuale dichiarato: tre concetti che, all’epoca, facevano a pugni l’uno con l’altro. Eppure, aldilà dei risultati della sua arte, a volte controversa come lui, di un Pasolini avremmo proprio un gran bisogno, in quest’epoca di conformismo lineare anche nel cosiddetto ‘politicamente corretto ’. In un Paese di pecore, ci sarebbe un gran bisogno di menti libere come la sua, che attraversano trasversalmente le arti come le ideologie, smascherando le ipocrisie non più ‘borghesi’ ma di costume, di politica, di fede, di contraddizione tra i falsi miti che si hanno in testa e la ‘pratica’ del vivere quotidiano.
Speriamo che, prima o poi, sia fatta luce su questo omicidio che non fu solo vigliacco e scellerato, ma anche –in qualche modo- politico.
Del legame fortissimo di Pasolini con la madre si è sempre saputo, scritto, speculato. Ma vero è che testimoni oculari, durante il suo martirio, lo sentirono invocare ‘mamma, aiutami mamma’, come tutti i comuni mortali quando sentono avvicinarsi il pericolo e la morte.
Questo è uno dei tanti elementi che ce lo rendono ancora più umano.
Alla sua terribile agonia, la musicista Giovanna Marini ha dedicato questo brano, ispirato all’Orazione di San Donato (http://wikitesti.com/index.php/L'orazione_di_San_Donato) .
Ascoltiamolo, ne vale la pena.

sabato 1 agosto 2015

Per sempre la nostra Mimì

Ieri sera, 31 luglio 2015, è andato in onda, su Rai Uno, il programma Per sempre Mia, per ricordare Mia Martini. Non intendo entrare nel merito della qualità del programma, delle esibizioni, delle partecipazioni: in questa sede mi interessa solo parlare di lei, del suo talento, del suo destino.
Personalmente credo che Domenica Berté, in arte Mia Martini, fosse una predestinata, nel senso che non avrebbe potuto eccellere in nessun campo se non in quello della musica.
Non è un privilegio di molti: solo pochi nascono col ‘pallino’ del medico, dell’orafo, dell’ingegnere’, del falegname, del poliziotto, dell’insegnante. Tutti gli altri si adattano, ma se sei nato con una sorta di ‘marchio’ nel DNA non troverai pace finché a quel DNA non corrisponda il tuo destino.
Così, credo, sia stato per Mia Martini.
Metti che nasci con una vocazione (evento raro) e che tu, riguardo a quella vocazione, sia un’eccellenza nel senso che sei una delle migliori in quel campo.
Metti che nasci in una famiglia che ti sega e ti segna, fin dall’ inizio,facendo marcire quelle radici di amore di cui ognuno ha bisogno per sopravvivere e trovare la forza di vivere: padre che c’è e non c’è, che quando c’è mette incinta la madre e poi la carica di botte fino a farla abortire, che ti picchia a sangue se non vai bene a scuola, se non sei come lui vuole.
Metti che hai una madre acquiescente e speranzosa nel riscatto sociale delle figlie, salvo vendere la casa (e tutto quel che conteneva) a lei ingenuamente intestata da Loredana.
Metti che sei una delle più intense e grandi interpreti europee (ndr: seconda a Mina, come è stato detto nel programma? Lasciamo stare Mina nel suo pertugio svizzero e basta…) ma che tutto questo si scontri con la tua vita affettiva, perché ti sei innamorata di un uomo che ti ama come donna ma  che ,come cantante, fa fatica ad accettarti perché è meno famoso di te e quindi un po’ ti invidia ed è geloso della tua autonomia (che comprende denaro, celebrità, relazioni che non può controllare, potere contrattuale, etc.)
Metti che, a un certo punto, gli addetti ai lavori e i colleghi (per esempio una che, all’epoca, era famosa per canzoni dall’alto contenuto artistico come ‘il kobra non è un serpente ma un pensiero frequente’) ti accusino pubblicamente di essere la causa di disgrazie e che, soprattutto, a queste stronzate credano gli impresari, i manager, i discografici, i musicisti, i fonici, etc. Ricordo queste voci, così insistenti e ‘virali’ da raggiungere anche il pubblico; all’ epoca ero un’adolescente e ci scherzavo sopra, stupidamente come tutti gli adolescenti, ma per me Mia Martini era comunque il massimo, l’adoravo e compravo i suoi dischi, senza pensare alla ‘sfiga’.
Metti che, a un certo punto, tutto questo stress ti provochi dei problemi di salute (Freud non era un pivello) per cui devi operarti alle corde vocali e quindi il tuo timbro cambia, come cambia la tua estensione vocale. Metti che magari hai paura di non essere più all’ altezza della tua fama e che, a quel punto, decidi di chiudere la tua carriera di cantante (destino che era  nel tuo DNA) e che ti ritrovi a non avere più una lira, per cui chiedi aiuto alla sorella maggiore, che ti ospita e ti  propone un lavoro da impiegata, lavoro che –ti rendi conto- non è per te.
Metti che sei depressa al punto che uno come Francesco De Gregori ti telefona e ti propone una canzone splendida come La donna cannone e tu la rifiuti perché quello che è il senso della tua vita- cantare- per te non esiste più.
Metti che, ogni tanto, spinta dalla tua vocazione viscerale, provi a proporre delle canzoni bellissime, come E non finisce mica il cielo al Festival di Sanremo ma che il ‘popolo bue’ non capisce perché Fossati -autore del pezzo- non è ancora di moda e tu sei una ‘che non è più nell’hit-parade’.
Metti che hai desiderato un figlio e non l’hai avuto perché l’uomo da cui lo volevi non era disponibile ad averlo con te.
Metti che, dopo anni di tribolazioni, arrivi l’occasione giusta: una canzone splendida come Almeno tu nell’universo e una persona intelligente come Adriano Aragozzini (se non erro sollecitato da Renato Zero) che si batte per farti partecipare a Sanremo, con un successo incredibile e il pubblico (televisivo e non) in visibilio per aver ritrovato l’interprete tanto amata.
Metti che poi, dopo questo successo, gli addetti ai lavori hanno pensato che era il caso di ‘coltivare’ di nuovo Mimì, perché rendeva in termini economici. Tutti salgono sul carro del vincitore, quando c’è da guadagnare.
Metti che passa qualche anno di ritrovata popolarità, ma  appesantito dal logorio di tanta fatica, di delusioni umane e professionali, di lotte contro una coalizione di dementi,  in un contesto sociale ed economico in cui la vendita dei dischi non è più il metro del successo, perché la pirateria –online e non- esiste già.
Metti che sei vicina ai 50 anni e fai una botta di conti: avevi fama e successo e l'hai perso per l'invidia e l'idiozia di anime 'brutte'; eri benestante ma ti sei trovata a non lavorare per anni e adesso hai 350 milioni di debiti; la sorella più vicina a te, per età e per affinità, paga anche lei il prezzo di uno squilibrio familiare e, anche se vi amate tanto, litigate spesso; l’amore che avevi non sa più il tuo nome e, nonostante questo, lo rimpiangi; gli amici, quando la musica è finita, si rintanano nei loro bunker esistenziali e non ti cercano mai.
Allora, visti tutti i rapporti fallimentari, ti viene in mente di andare a cercare un padre che non c’è mai stato e che, per il poco che c’è stato, ti ha massacrato. Eppure lo fai nell’ estremo tentativo di riabilitarlo, di comprendere quello che, forse, nemmeno lui non hai mai compreso. Tentativo disperato di razionalizzare dinamiche assurde, problemi tra genitori –nel senso letterale di chi genera e BASTA- di cui le figlie hanno pagato un prezzo terribile. Un’ultima spiaggia, probabilmente una delusione così devastante da essere inconfessabile.
Troppo generosa, Mimì.
Metti che, a quel punto, forse non si sa neanche come, una grande stella della musica, l’interprete più grande della canzone italiana, si ritrova in miseria (perché, tra le altre cose, Roberto Murolo, non le ha dato una lira dei diritti che le spettavano per Cu ‘mme).
Tutti l’hanno tradita, tutti l’hanno ignorata, sottovalutata, sputtanata, sfruttata, non riconosciuta.
Metti che, allora, non te ne freghi più niente della vita. Chi ha visto gli ultimi video –alcuni amatoriali- può vedere chiaramente un volto disperato, che piangeva mentre cantava, che cantava leggendo sul leggio, che s’interrompeva  per il malessere.
Allora può anche succedere che una così, una non grande ma immensa, si rifugi in un appartamento squallido in un condominio squallido di in paesino squallido accanto a un padre che non c’è mai stato.
E che urli, silenziosamente, il proprio dolore, che rimbalza come un’eco sulle pareti di una stanza anonima. E che non abbia più voglia di star male, di combattere con un mondo di cretini, di menefreghisti e di stronzi; che non abbia più la forza di fare i conti con le delusioni familiari, di lottare con le mediazioni della vita, di lavorare come un mulo sapendo che difficilmente potrai sopravvivere e pagare i debiti, consapevole che la gente che ti vede ai concerti e in televisione ti pensa come una privilegiata, famosa e ricca.
Molti credono che basti apparire in tv per essere benestanti e senza problemi, perché si identifica il talento (vero o presunto) col denaro, ma non è affatto così. 
Si parla tanto di valori, come quello della solidarietà, ma sono solo specchi per le allodole, frasi vuote di chi si dichiara ‘di sinistra, cristiano, etc.’. La realtà è che viviamo, da tanti anni, in un mondo privo di valori concreti, in cui purtroppo ‘amore, amicizia, solidarietà, civiltà’ sono solo parole vuote, sempre meno praticate nella realtà. Giorgio Gaber cantava ‘se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione’ , ma da tanto tempo le idee passano per il cervello e, quando arrivano allo stomaco, vengono vomitate.
Mimì è un esempio di questa trascuratezza, di questa noncuranza, di questo menefreghismo. E se è stata ignorata lei, che era quel che era, possiamo immaginare il resto del mondo.
Per fortuna, lei aveva un talento ed un carisma grazie al quale verrà ricordata per sempre:  per fortuna nostra, non sua.
Vi lascio con questa splendida canzone, scritta dall’amore della sua vita, che non sa più il suo nome.

© Danila Faenza 

lunedì 18 maggio 2015

Più poveri, più obesi. Ma non è una condanna.

Chi ha una certa età forse ricorda che, negli anni ’80, quando anche in Italia si diffusero i fastfood, i nutrizionisti, i medici, i dietologi e la qualsiasi lanciarono l’allarme contro questo tipo di alimentazione.
A parte il fatto che sono contro le demonizzazioni, a distanza di 30 e più anni devo dire che quelli erano falsi allarmi, perché la ‘nostra’ dieta, cioè la dieta mediterranea, è talmente buona, sana e variata che il McDonald, tanto per intenderci, per noi è uno ‘sfizio’, una variante tra le tante come il ristorante cinese, greco, messicano, macrobiotico, giapponese, africano, vietnamita o vegano (a proposito, cosa mangiano in Scozia e/o in Australia?).
Il fatto che nel nostro Paese non abbia attecchito l’abitudine di pranzare o cenare abitualmente nei fastfood o con i take-away (di qualsiasi tipo) è da considerarsi una vera fortuna, dal punto di vista della salute.
Negli ultimi due anni ho visto all’incirca una quindicina di trasmissioni (prodotte nel Regno Unito e negli USA) sui problemi legati alla grande obesità, problema molto diffuso oltreoceano; parliamo, tanto per intenderci, di persone che pesano dai 130 ai 300 chili, con punte preoccupanti in certi stati o città: un servizio sconvolgente riguardava una cittadina degli States in cui sono fiorite, per necessità, aziende di pompe funebri specializzate, diciamo così, in taglie forti. Il titolare di una di queste ditte affermava che, riguardo al settore infantile, avevano richieste per almeno 13 bare all’anno.
Si tratta di persone che, nella maggioranza dei casi, non riescono più ad essere autonome a causa del peso: spesso vivono a letto e, per lavarsi, necessitano di una ‘piscina’ da giardino o di persone che si prendano cura della loro igiene lavandoli con spugne o con ausili medici; questa condizione di vita comporta complicazioni come il diabete, pressione alta, malattie cardiovascolari e respiratorie, trombosi, flebiti, infezioni dovute a piaghe da decubito e da tessuti a contatto con altre parti, masse tumorali linfatiche benigne talmente enormi  che impediscono la deambulazione. 
Viene da chiedersi, ovviamente, come sia possibile raggiungere un livello talmente alto di obesità , tale da mettere in pericolo la vita. C’è da dire che, dietro alla maggior parte di queste storie, ci sono lutti non elaborati, abusi subiti durante l’infanzia, traumi molto forti; tuttavia queste non sono situazioni rare e/o legate alla zona di provenienza: quanti di noi possono riconoscersi in questi ‘incidenti’ esistenziali senza avere problemi patologici legati al peso?
Forse è vero che, soprattutto negli Usa, una scarsa dimestichezza con la propria psiche, legata ad una cultura pragmatica e quasi indenne dalla profondità della visione psicoanalitica, porta a dare minore importanza agli aspetti psicologici profondi legati al disagio. Però, a parte questo, ci sono anche cause che dipendono dallo stile di vita e dalle abitudini alimentari.
Facendo un rapido riassunto, una colazione-tipo di queste persone consiste in:
due-tre uova fritte con due-tre fette di bacon accompagnate da 3-4 fette di pane da toast fritte nel burro  e due- tre salsicce (o wurstel), un’abbondante porzione di purè di patate con funghi e una porzione di fagioli stufati. Praticamente quel che io mangerei in due giorni.
Il pranzo, generalmente, consiste in:
a)     tre o più hamburger con patate fritte; pasta in scatola, in busta; tre o più hotdog con patate fritte, ciambelle fritte, cioccolatini, frappé
b)     pesce fritto con patate fritte (quantità industriale); oppure kebab super unto con pane fritto, cibo cinese da asporto (porzione individuale: due-tre involtini primavera, nuvole di drago in quantità impossibili, spaghetti di soia conditi con maiale, vitello, dromedario e cane obeso; maiale in agrodolce, riso alla cantonese e cantoniere al curry)
c)    pizza (e non si tratta della pizza nostrana, ma di una ‘pizza’ la cui base è circa due centimetri di altezza, condita su ogni millimetro di superficie con salsiccia, bacon, wurstel, salame piccante, formaggi e altri ingredienti ‘sospetti’) più patate fritte, un paio di panini (hotdog e/o hamburger), ciambelle fritte, ali di pollo fritte, ali di pipistrello in salmì condite con lardo di civetta.
La cena, più o meno, ricalca il pranzo (con qualche alternanza, per fortuna).
Ovviamente, tra la colazione e il pranzo e il pranzo e la cena, ci sono dei ‘necessari’ spuntini (tanto per non morire d’inedia) che consistono sempre nelle stesse cose: hotdog, hamburger, ciambelle fritte, pollo fritto, patate fritte, kebab, coyote (ovviamente fritto), pelo di cammello come contorno.

Il tutto è consumato senza una goccia d’acqua, ma esclusivamente con bibite gassate (nell’ordine di 3-4 litri al giorno). Non parliamo poi di verdure, insalate crude, alimenti vegetali, del tutto banditi.
Ora capisco perché gli americani conosciuti in Rete mi sbeffeggiavano dicendo che la pasta e la pizza ingrassano: per loro la pizza o gli spaghetti  tanto per dire, sono solo uno degli elementi di un condimento dall’ aspetto ‘sinistro’ e pieno di unto.
Aldilà di questo (senza contare la quantità), un elemento colpisce: più le persone sono povere, più mangiano in questo modo,: in questi Paesi –come, ormai, in Italia – un alimento da fast food  costa molto meno di un equivalente cucinato a casa, ma è molto meno nutriente e meno sano. Quasi nessuno di questi grandi obesi cucina, ma si serve di cibo da asporto.
La nostra cucina mediterranea, se genuina, è molto più conveniente e salutare: un piatto di spaghetti aglio,olio e peperoncino – per fare un esempio- costa molto meno di un hamburger economico; una pasta e fagioli, per quanto condita, è molto più salutare e nutriente di un hotdog e costa meno.
C’è chi, per convenienza, conformismo o stupidità, ripete in continuazione lo slogan per cui, in cinese, la parola ‘crisi’ equivale ad ‘opportunità’. Beh… ho dei seri dubbi in merito, ma riguardo all’ alimentazione direi che questo, per noi, potrebbe essere vero.   Anche in Italia, a causa della crisi, si è registrata una tendenza alla cattiva alimentazione ma, nel nostro caso, noi abbiamo più risorse culturali, dal punto di vista gastronomico: ogni regione ha moltissime tradizioni di cucina ‘povera’ e sana; la pasta si può condire in tantissimi, economici modi; i cereali, che abbiamo trascurato negli ultimi decenni, sono sempre stati una risorsa energetica preziosa e una ricchezza proteica; il pesce azzurro è tra i più salutari e costa pochissimo; della carne, dicono i nutrizionisti, non si dovrebbe abusare e, consumandola due-tre volte a settimana, possiamo alternare le carni ‘pregiate’ a quelle alternative, più economiche ma non meno ricche di nutrienti; abbiamo una grande varietà di verdure e frutti con cui poter alimentarci, non necessariamente spendendo una fortuna, se evitiamo le primizie. Una regola della buona alimentazione è la varietà dei cibi e, forse, poche nazioni al mondo hanno una così grande quantità di cibi, ricette e tradizioni culinarie. Riscopriamole, senza abbandonarci all’abitudine data dalla pigrizia.


© Danila Faenza