Venerdì
scorso Rai Uno ha trasmesso la prima puntata di Ora
o mai più, un
programma che indaga sulle ragioni per cui alcuni cantanti che hanno
avuto un grande successo siano poi scomparsi dalla
scena.
Al
momento non scriverò su questo, ma
vorrei riflettere sul fatto che, a volte, non si riconoscono le
qualità di una canzone o di un interprete. Tra i partecipanti allo
show, Alessandro
Canino, che
si presentò al Festival di Sanremo nel 1992 con Brutta,
scritta da Bruno Zucchetti e Beppe Dati (autore
anche per Marco Masini) e
la canzone non mi entusiasmò, probabilmente per età e pregiudizi.
Eppure l’altra sera, riascoltandola, ho pensato alle tante
adolescenti che soffrono per non essere conformi ad uno stereotipo di
‘bellezza’: troppo grasse, troppo magre, troppo anonime, troppo
inadeguate.
Ad
una certa età, è vero, queste sembrano stupidaggini, ma spesso ci
dimentichiamo del nostro passato e lo minimizziamo, specialmente
se non abbiamo rapporti con adolescenti.
Ma
a distanza di tanti anni, lavorando con ragazzi/e, mi rendo conto di
come l’essere fuori dal coro e dagli stereotipi possa ferire i
ragazzi e del perché questa canzone, aldilà della melodia
accattivante, sia rimasta nella memori
di tanti: se l’inadeguatezza si accompagna ai (pre)giudizi dei
coetanei, può essere letale, ma solo con l’età e l’esperienza
si impara che l’essere amate è indipendente dalla bellezza
stereotipata, da come ci si pone, da come ci si veste.
L’amore
è cieco, è vero, ed è indipendente dalla nostra volontà.
Cercate
l’amore e non l’ammirazione, ragazze.
Ps:
nella seconda parte del video si vede un bellissimo volto di donna,
che a me sembra quello di Alessandra Appiano, a cui dedico questo
post.
Ventitre anni fa
moriva Mia Martini, presumibilmente in una notte di venerdì.
Quella notte provocò
un terremoto nella vita di tutti i suoi fan, ma soprattutto nel cuore
di sua sorella, Loredana Bertè. Perché i non detti, i non fatti, le
distanze pesano come montagne dopo.
Ma pochi pensano al
‘dopo’ e , quando ci pensano, i rimpianti e i sensi di colpa, le
accuse reciproche e le tenerezze mancate si cristallizzano,
diventando stalattiti di dolore che rendono la vita più dura di quel
che è già.
Questa è una
canzone troppo spesso dimenticata, ma bellissima, scritta da Loredana
e Philip Leon.
Il testo andrebbe
riascoltato, perché esprime più cose di quelle che si immaginano.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste neanche immaginarvi: il ritorno di D'Alema, che nemmeno la peggior faccia da culo dell'asteroide Eta Beta poteva osare...
La De Filippi che canta 'Trottolino amoroso dududadada' con la voce di Linda Blair ne L'Esorcista...
La pettinatura di Marzullo...
E' tempo di morire.
@ Danila Faenza
Ho visto alcuni stralci di questi video a Striscia la notizia e ne sono rimasta folgorata:
Carmen Di Pietro recita alcune tra le più celebri poesie italiane con insospettabile intensità. Tuttavia l’attrice potrebbe notevolmente migliorare le sue performances con un migliore uso del punto interrogativo.
Incoraggiamola con qualche lezione.
Lezione numero 1: il punto interrogativo si esprime con questo simbolo: ?.
Ove appaia un punto interrogativo, il tono della voce deve esprimere una domanda; quando il simbolo non appare, la domanda non c’è.
Pochi giorni fa ricorreva il primo anniversario
della morte di Mango, morte inaspettata e sconvolgente per coloro che
assistevano al concerto in cui si è sentito male ma, soprattutto, per i suoi
familiari.
L’Italia è un Paese anomalo: generalmente non
riconosciamo il ‘genio’ se non dopo la morte, qualche volta nemmeno in questa
circostanza; altre volte, al contrario, creiamo dei falsi miti intorno a
persone pochissimo dotate o dotate esclusivamente o quasi di ‘qualità’
esteriori come la bellezza, la gioventù, la spavalderia, l’inconsapevolezza,
l’arrivismo fine a se stesso (vedi i gieffini, i tronisti, le veline, i
trombisti, nani e ballerine). Peccato, perché le ‘eccellenze’ della nostra
terra sono ben altre.
Personalmente credo che Mango sia stato un interprete
non grande ma enorme grazie alla sua vocalità, unica e dal timbro
particolarissimo; come musicista aveva una sua ‘cifra’, nel senso che le sue
musiche portavano la sua firma: se avevi un minimo di sensibilità musicale
capivi che quella canzone l’aveva scritta lui anche se era interpretata da
Loretta Goggi, da Mia Martini, da Loredana Berté (e comunque non parliamo di
starlette, ma di grandi interpreti)
Si trattava di una musicalità che, da profana’,
definirei ‘aperta’, nel senso che, nell’inciso, le sue canzoni mutavano di
melodia e si espandevano in maniera ‘mediterranea’, aldilà della struttura
iniziale del brano.
Un esempio per tutti sia Tu... sì, brano presentato al Festival di
Sanremo nel 1990 e scritto da Mango e dal fratello Armando: nell’album che
ospita la canzone, molti brani sono scritti, per la parte letteraria, da quel
mostro di bravura che è Mogol; tuttavia la differenza non si percepisce, perché
è la musica a portarci in un'atmosfera unica.
Oltre alla tecnica, si percepisce l’ispirazione,
l’anima, l’originalità dell’artista.
Come Domenico Modugno, Giuni Russo, Mia Martini,
Pino Daniele, Lucio Dalla e Lucio Battisti, Mango era un artista unico,
insostituibile. Ci mancherà la sensualità del suo timbro e del suo falsetto, la
mediterraneità della sua voce, la sua bellezza, la sua ritrosia all'esposizione mediatica, inversamente proporzionale al suo talento, la sua originalità di compositore e di
interprete.
In questi giorni tutte le reti
televisive hanno commemorato, in svariati modi, la morte di Pier Paolo
Pasolini, assassinato il 2 novembre del 1975, a soli 53 anni.
Nato a Bologna dal matrimonio tra
un ufficiale dei carabinieri romagnolo e una maestra friulana, Susanna Colussi,
visse in svariate località a causa della professione paterna. A Bologna, in via Borgonuovo 4, dove nacque, c’è ancora una
targa che lo ricorda.
Sulle dinamiche della sua morte
ancora permangono molti dubbi, a causa di testimoni reticenti e circostanze
poco chiare, sottolineate sia dalla sua amica del cuore, Laura Betti, sia da
altre autorevoli voci (dalla giornalista Oriana Fallaci al regista Marco Tullio
Giordana che, nel suo film Pasolini, un
delitto italiano -1995-, evidenzia le contraddizioni emerse nel processo a
Pino Pelosi, l’uomo ritenuto il solo responsabile dell’omicidio).
Negli ultimi anni, peraltro,
Pelosi, pur avendo già scontato la condanna, ha raccontato altre versioni del
fatto, ammettendo che l’omicidio dell’intellettuale sarebbe stato perpetrato
insieme ad altre persone- cosa da sempre ritenuta probabile- e in conseguenza
della richiesta di un riscatto del furto di alcune ‘pizze’ di un film di
Pasolini.
Qualsiasi cosa sia successa
quella notte , al tempo la reazione dell’opinione pubblica, in generale, fu
quella di chiudere il caso come la naturale conseguenza di una devianza –
quindi di una colpa- consistente nell’omosessualità , ‘aggravata’ dal comprare
il sesso facile con ragazzini poveri – e sfruttabili- nei bassifondi di Roma.
Questa ‘pubblica sentenza’ fu
certo agevolata dalla ‘scomodità’ del personaggio Pasolini, una delle voci
intellettuali più raffinate e ‘fuori dal coro ’ della cultura italiana.
Cattolico, comunista e
omosessuale dichiarato: tre concetti che, all’epoca, facevano a pugni l’uno con
l’altro. Eppure, aldilà dei risultati della sua arte, a volte controversa come
lui, di un Pasolini avremmo proprio un gran bisogno, in quest’epoca di
conformismo lineare anche nel cosiddetto ‘politicamente corretto ’. In un Paese
di pecore, ci sarebbe un gran bisogno di menti libere come la sua, che
attraversano trasversalmente le arti come le ideologie, smascherando le
ipocrisie non più ‘borghesi’ ma di costume, di politica, di fede, di
contraddizione tra i falsi miti che si hanno in testa e la ‘pratica’ del vivere
quotidiano.
Speriamo che, prima o poi, sia
fatta luce su questo omicidio che non fu solo vigliacco e scellerato, ma anche –in
qualche modo- politico.
Del legame fortissimo di Pasolini
con la madre si è sempre saputo, scritto, speculato. Ma vero è che testimoni
oculari, durante il suo martirio, lo sentirono invocare ‘mamma, aiutami mamma’,
come tutti i comuni mortali quando sentono avvicinarsi il pericolo e la morte.
Questo è uno dei tanti elementi
che ce lo rendono ancora più umano.
Alla sua terribile agonia, la
musicista Giovanna Marini ha dedicato questo brano, ispirato all’Orazione di
San Donato (http://wikitesti.com/index.php/L'orazione_di_San_Donato) .
Ieri sera, 31 luglio 2015, è
andato in onda, su Rai Uno, il programma Per
sempre Mia, per ricordare Mia Martini. Non intendo entrare nel merito della
qualità del programma, delle esibizioni, delle partecipazioni: in questa sede
mi interessa solo parlare di lei, del suo talento, del suo destino.
Personalmente credo che Domenica
Berté, in arte Mia Martini, fosse una predestinata, nel senso che non avrebbe
potuto eccellere in nessun campo se non in quello della musica.
Non è un privilegio di molti:
solo pochi nascono col ‘pallino’ del medico, dell’orafo, dell’ingegnere’, del
falegname, del poliziotto, dell’insegnante. Tutti gli altri si adattano, ma se
sei nato con una sorta di ‘marchio’ nel DNA non troverai pace finché a quel DNA
non corrisponda il tuo destino.
Così, credo, sia stato per Mia
Martini.
Metti che nasci con una vocazione
(evento raro) e che tu, riguardo a quella vocazione, sia un’eccellenza nel
senso che sei una delle migliori in quel campo.
Metti che nasci in una famiglia
che ti sega e ti segna, fin dall’ inizio,facendo marcire quelle radici di amore
di cui ognuno ha bisogno per sopravvivere e trovare la forza di vivere: padre
che c’è e non c’è, che quando c’è mette incinta la madre e poi la carica di
botte fino a farla abortire, che ti picchia a sangue se non vai bene a scuola,
se non sei come lui vuole.
Metti che hai una madre acquiescente
e speranzosa nel riscatto sociale delle figlie, salvo vendere la casa (e tutto
quel che conteneva) a lei ingenuamente intestata da Loredana.
Metti che sei una delle più
intense e grandi interpreti europee (ndr: seconda a Mina, come è stato detto
nel programma? Lasciamo stare Mina nel suo pertugio svizzero e basta…) ma che
tutto questo si scontri con la tua vita affettiva, perché ti sei innamorata di
un uomo che ti ama come donna ma che ,come cantante, fa fatica ad accettarti perché è meno famoso di te e
quindi un po’ ti invidia ed è geloso della tua autonomia (che comprende denaro,
celebrità, relazioni che non può controllare, potere contrattuale, etc.)
Metti che, a un certo punto, gli
addetti ai lavori e i colleghi (per esempio una che, all’epoca, era famosa per
canzoni dall’alto contenuto artistico come ‘il
kobra non è un serpente ma un pensiero frequente’) ti accusino
pubblicamente di essere la causa di disgrazie e che, soprattutto, a queste
stronzate credano gli impresari, i manager, i discografici, i musicisti, i
fonici, etc. Ricordo queste voci, così insistenti e ‘virali’ da raggiungere
anche il pubblico; all’ epoca ero un’adolescente e ci scherzavo sopra,
stupidamente come tutti gli adolescenti, ma per me Mia Martini era comunque il
massimo, l’adoravo e compravo i suoi dischi, senza pensare alla ‘sfiga’.
Metti che, a un certo punto,
tutto questo stress ti provochi dei problemi di salute (Freud non era un pivello) per cui devi operarti alle corde vocali e quindi il tuo
timbro cambia, come cambia la tua estensione vocale. Metti che magari hai paura di
non essere più all’ altezza della tua fama e che, a quel punto, decidi
di chiudere la tua carriera di cantante (destino che era nel tuo DNA) e che ti ritrovi a non avere più
una lira, per cui chiedi aiuto alla sorella maggiore, che ti ospita e ti propone un lavoro da impiegata, lavoro che
–ti rendi conto- non è per te.
Metti che sei depressa al punto
che uno come Francesco De Gregori ti telefona e ti propone una canzone
splendida come La donna cannone e tu
la rifiuti perché quello che è il senso della tua vita- cantare- per te non
esiste più.
Metti che, ogni tanto, spinta
dalla tua vocazione viscerale, provi a proporre delle canzoni bellissime, come E non finisce mica il cielo al Festival
di Sanremo ma che il ‘popolo bue’ non capisce perché Fossati -autore del pezzo-
non è ancora di moda e tu sei una ‘che non è più nell’hit-parade’.
Metti che hai desiderato un figlio e non l’hai avuto perché l’uomo da cui lo volevi non era disponibile ad averlo con te.
Metti che, dopo anni di
tribolazioni, arrivi l’occasione giusta: una canzone splendida come Almeno tu nell’universo e una persona
intelligente come Adriano Aragozzini (se non erro sollecitato da Renato Zero) che si batte per farti partecipare a Sanremo,
con un successo incredibile e il pubblico (televisivo e non) in visibilio per
aver ritrovato l’interprete tanto amata.
Metti che poi, dopo questo
successo, gli addetti ai lavori hanno pensato che era il caso di ‘coltivare’ di
nuovo Mimì, perché rendeva in termini economici. Tutti salgono sul carro del
vincitore, quando c’è da guadagnare.
Metti che passa qualche anno di
ritrovata popolarità, ma appesantito dal logorio
di tanta fatica, di delusioni umane e professionali, di lotte contro una coalizione di dementi, in un contesto sociale ed
economico in cui la vendita dei dischi non è più il metro del successo, perché
la pirateria –online e non- esiste già.
Metti che sei vicina ai 50 anni e fai una botta di conti: avevi fama e successo e l'hai perso per l'invidia e l'idiozia di anime 'brutte'; eri benestante ma ti sei trovata a non lavorare per anni e adesso hai 350 milioni di debiti; la sorella più vicina a te, per età e per affinità, paga
anche lei il prezzo di uno squilibrio familiare e, anche se vi amate tanto,
litigate spesso; l’amore che avevi non sa
più il tuo nome e, nonostante questo, lo rimpiangi; gli amici, quando la musica è finita, si rintanano nei loro
bunker esistenziali e non ti cercano mai.
Allora, visti tutti i rapporti
fallimentari, ti viene in mente di andare a cercare un padre che non c’è mai
stato e che, per il poco che c’è stato, ti ha massacrato. Eppure lo fai
nell’ estremo tentativo di riabilitarlo, di comprendere quello che, forse, nemmeno
lui non hai mai compreso. Tentativo disperato di razionalizzare dinamiche
assurde, problemi tra genitori –nel senso letterale di chi genera e BASTA- di
cui le figlie hanno pagato un prezzo terribile. Un’ultima spiaggia, probabilmente una delusione così devastante da essere inconfessabile.
Troppo generosa, Mimì.
Metti che, a quel punto, forse
non si sa neanche come, una grande stella della musica, l’interprete più grande
della canzone italiana, si ritrova in miseria (perché, tra le altre cose,
Roberto Murolo, non le ha dato una lira dei diritti che le spettavano per Cu ‘mme).
Tutti l’hanno tradita, tutti
l’hanno ignorata, sottovalutata, sputtanata, sfruttata, non riconosciuta.
Metti che, allora, non te ne
freghi più niente della vita. Chi ha visto gli ultimi video –alcuni amatoriali-
può vedere chiaramente un volto disperato, che piangeva mentre cantava, che
cantava leggendo sul leggio, che s’interrompeva
per il malessere.
Allora può anche succedere che
una così, una non grande ma immensa, si rifugi in un appartamento squallido in
un condominio squallido di in paesino squallido accanto a un padre che non c’è
mai stato.
E che urli, silenziosamente, il
proprio dolore, che rimbalza come un’eco sulle pareti di una stanza anonima. E
che non abbia più voglia di star male, di combattere con un mondo di cretini, di menefreghisti e di stronzi; che non abbia più la forza di fare i conti con le delusioni familiari, di lottare con le mediazioni della
vita, di lavorare come un mulo sapendo che difficilmente potrai sopravvivere e pagare i debiti, consapevole che la gente che ti vede ai concerti e in televisione ti pensa come una privilegiata, famosa e ricca.
Molti credono che basti apparire in tv per essere benestanti e senza problemi, perché si identifica il talento (vero o presunto) col denaro, ma non è affatto così.
Si parla tanto di valori, come
quello della solidarietà, ma sono solo specchi per le allodole, frasi vuote di
chi si dichiara ‘di sinistra, cristiano, etc.’. La realtà è che viviamo, da
tanti anni, in un mondo privo di valori concreti, in cui purtroppo ‘amore,
amicizia, solidarietà, civiltà’ sono solo parole vuote, sempre meno praticate
nella realtà. Giorgio Gaber cantava ‘se
potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione’ , ma da tanto tempo
le idee passano per il cervello e, quando arrivano allo stomaco, vengono
vomitate.
Mimì è un esempio di questa
trascuratezza, di questa noncuranza, di questo menefreghismo. E se è stata
ignorata lei, che era quel che era, possiamo immaginare il resto del mondo.
Per fortuna, lei aveva un talento
ed un carisma grazie al quale verrà ricordata per sempre: per fortuna nostra, non sua.
Vi lascio con questa splendida
canzone, scritta dall’amore della sua vita, che non sa più il suo nome.
Chi ha una certa età forse
ricorda che, negli anni ’80, quando anche in Italia si diffusero i fastfood, i
nutrizionisti, i medici, i dietologi e la qualsiasi lanciarono l’allarme contro
questo tipo di alimentazione.
A parte il fatto che sono contro
le demonizzazioni, a distanza di 30 e più anni devo dire che quelli erano falsi
allarmi, perché la ‘nostra’ dieta, cioè la dieta mediterranea, è talmente buona,
sana e variata che il McDonald, tanto per intenderci, per noi è uno ‘sfizio’,
una variante tra le tante come il ristorante cinese, greco, messicano, macrobiotico,
giapponese, africano, vietnamita o vegano (a proposito, cosa mangiano in Scozia
e/o in Australia?).
Il fatto che nel nostro Paese non
abbia attecchito l’abitudine di pranzare o cenare abitualmente nei fastfood o
con i take-away (di qualsiasi tipo) è da considerarsi una vera fortuna, dal
punto di vista della salute.
Negli ultimi due anni ho visto
all’incirca una quindicina di trasmissioni (prodotte nel Regno Unito e negli
USA) sui problemi legati alla grande obesità, problema molto diffuso oltreoceano;
parliamo, tanto per intenderci, di persone che pesano dai 130 ai 300 chili, con
punte preoccupanti in certi stati o città: un servizio sconvolgente riguardava
una cittadina degli States in cui sono fiorite, per necessità, aziende di pompe
funebri specializzate, diciamo così, in taglie forti. Il titolare di una di
queste ditte affermava che, riguardo al settore infantile, avevano richieste
per almeno 13 bare all’anno.
Si tratta di persone che, nella
maggioranza dei casi, non riescono più ad essere autonome a causa del peso:
spesso vivono a letto e, per lavarsi, necessitano di una ‘piscina’ da giardino
o di persone che si prendano cura della loro igiene lavandoli con spugne o con
ausili medici; questa condizione di vita comporta complicazioni come il
diabete, pressione alta, malattie cardiovascolari e respiratorie, trombosi,
flebiti, infezioni dovute a piaghe da decubito e da tessuti a contatto con
altre parti, masse tumorali linfatiche benigne talmente enormi che impediscono la deambulazione.
Viene da chiedersi, ovviamente,
come sia possibile raggiungere un livello talmente alto di obesità , tale da mettere
in pericolo la vita. C’è da dire che, dietro alla maggior parte di queste
storie, ci sono lutti non elaborati, abusi subiti durante l’infanzia, traumi
molto forti; tuttavia queste non sono situazioni rare e/o legate alla zona di
provenienza: quanti di noi possono riconoscersi in questi ‘incidenti’
esistenziali senza avere problemi patologici legati al peso?
Forse è vero che, soprattutto
negli Usa, una scarsa dimestichezza con la propria psiche, legata ad una cultura
pragmatica e quasi indenne dalla profondità della visione psicoanalitica, porta
a dare minore importanza agli aspetti psicologici profondi legati al disagio. Però, a parte questo, ci sono anche cause che
dipendono dallo stile di vita e dalle abitudini alimentari.
Facendo un rapido riassunto, una colazione-tipo
di queste persone consiste in:
due-tre uova fritte con due-tre
fette di bacon accompagnate da 3-4 fette di pane da toast fritte nel burro e due- tre salsicce (o wurstel), un’abbondante porzione di purè di patate con
funghi e una porzione di fagioli stufati. Praticamente quel che io mangerei in due giorni.
Il pranzo, generalmente, consiste
in:
a)tre o più hamburger con patate fritte; pasta in
scatola, in busta; tre o più hotdog con patate fritte, ciambelle fritte,
cioccolatini, frappé
b)pesce fritto con patate fritte (quantità
industriale); oppure kebab super unto con pane fritto, cibo cinese da asporto
(porzione individuale: due-tre involtini primavera, nuvole di drago in quantità
impossibili, spaghetti di soia conditi con maiale, vitello, dromedario e cane
obeso; maiale in agrodolce, riso alla cantonese e cantoniere al curry)
c)pizza (e non si tratta della pizza nostrana, ma
di una ‘pizza’ la cui base è circa due centimetri di altezza, condita su ogni
millimetro di superficie con salsiccia, bacon, wurstel, salame piccante, formaggi
e altri ingredienti ‘sospetti’) più patate fritte, un paio di panini (hotdog
e/o hamburger), ciambelle fritte, ali di pollo fritte, ali di pipistrello in
salmì condite con lardo di civetta.
La cena, più o meno, ricalca il
pranzo (con qualche alternanza, per fortuna).
Ovviamente, tra la colazione e il
pranzo e il pranzo e la cena, ci sono dei ‘necessari’ spuntini (tanto per non
morire d’inedia) che consistono sempre nelle stesse cose: hotdog, hamburger, ciambelle
fritte, pollo fritto, patate fritte, kebab, coyote (ovviamente fritto), pelo di
cammello come contorno.
Il tutto è consumato senza una
goccia d’acqua, ma esclusivamente con bibite gassate (nell’ordine di 3-4 litri
al giorno). Non parliamo poi di verdure, insalate crude, alimenti vegetali, del
tutto banditi.
Ora capisco perché gli americani
conosciuti in Rete mi sbeffeggiavano dicendo che la pasta e la pizza
ingrassano: per loro la pizza o gli spaghetti
tanto per dire, sono solo uno degli elementi di un condimento
dall’ aspetto ‘sinistro’ e pieno di unto.
Aldilà di questo (senza contare
la quantità), un elemento colpisce: più le persone sono povere, più mangiano in
questo modo,: in questi Paesi –come, ormai, in Italia – un alimento da fast
food costa molto meno di un equivalente
cucinato a casa, ma è molto meno nutriente e meno sano. Quasi nessuno di questi grandi obesi cucina, ma si serve di cibo da asporto.
La nostra cucina mediterranea, se
genuina, è molto più conveniente e salutare: un piatto di spaghetti aglio,olio
e peperoncino – per fare un esempio- costa molto meno di un hamburger
economico; una pasta e fagioli, per quanto condita, è molto più salutare e
nutriente di un hotdog e costa meno.
C’è chi, per convenienza,
conformismo o stupidità, ripete in continuazione lo slogan per cui, in cinese,
la parola ‘crisi’ equivale ad ‘opportunità’. Beh… ho dei seri dubbi in merito,
ma riguardo all’ alimentazione direi che questo, per noi, potrebbe essere vero. Anche
in Italia, a causa della crisi, si è registrata una tendenza alla cattiva
alimentazione ma, nel nostro caso, noi abbiamo più risorse culturali, dal punto
di vista gastronomico: ogni regione ha moltissime tradizioni di cucina ‘povera’
e sana; la pasta si può condire in tantissimi, economici modi; i cereali, che
abbiamo trascurato negli ultimi decenni, sono sempre stati una risorsa
energetica preziosa e una ricchezza proteica; il pesce azzurro è tra i più
salutari e costa pochissimo; della carne, dicono i nutrizionisti, non si
dovrebbe abusare e, consumandola due-tre volte a settimana, possiamo alternare
le carni ‘pregiate’ a quelle alternative, più economiche ma non meno ricche di
nutrienti; abbiamo una grande varietà di verdure e frutti con cui poter
alimentarci, non necessariamente spendendo una fortuna, se evitiamo le
primizie. Una regola della buona alimentazione è la varietà dei cibi e, forse,
poche nazioni al mondo hanno una così grande quantità di cibi, ricette e
tradizioni culinarie. Riscopriamole, senza abbandonarci all’abitudine data
dalla pigrizia.
Vent’anni fa, presumibilmente tra
l’11 e il 12 maggio, Mia Martini ci lasciava, consapevolmente o no . Nello
specifico a me non interessa, come non mi interessa la causa scatenante. So
solo che, per la prima e unica volta nella mia vita, ho pianto per la perdita
di un personaggio pubblico e questo non perché sia cinica ma perché, per come
sono fatta, le emozioni devono essere davvero molto forti per esprimerle col
pianto.
Per me Mia Martini era e sempre
sarà unica. Se mi chiedete il perché non so spiegarlo, se non con le parole di
Sant’Agostino, che affermava “Chi canta prega due volte”, perché il
canto,se ci pensiamo bene, è la prima forma d’arte in quanto realizzabile senza
altri strumenti che non siano il corpo umano: noi possiamo realizzare una
melodia, una musica nella nostra mente e riprodurla con le corde vocali, senza
bisogno di parole, di segni disegnati, di strumenti tecnologici. Perfino la
danza, espressa col corpo, necessita di una musica o di un ritmo ‘interno’.
Poi, rispetto a questo, ci sono i
‘puristi’, i ‘tecnici’ o, come si dice oggi, i ‘coach’; sta di fatto che il
brano che qui Mimì canta, era già stato cantato da altri, ma nessuno era (e,
credo, mai sarà) capace di esprimere il senso più profondo della canzone, testo
e musica unite: la forza di Mia Martini era quella di trasmettere, attraverso
la voce, il vissuto di un’anima. La perfezione (?) tecnica di altre interpreti
può essere gradevole, ma spesso fredda e/o monocorde. Di Almeno tu nell’universo sono
state fatte alcune cover, ma deludenti per chi amava e ama la visceralità di
Mimì, visceralità dovuta anche (ma non
solo) ad esperienze forti, ad una vita difficile, alla capacità di trasmettere
al pubblico una forza, un’energia, un sentimento, un dolore.
Mia Martini ci manca. Manca a me
come a migliaia di suoi fans, che di lei recepivano la profondità, la
sensibilità, l’intelligenza emotiva, virtù sempre meno apprezzate.
Voglio ricordarla con questo splendido
brano, scritto dal suo ex Ivano Fossati, canzone che- cantata da lei e solo da
lei- comunica la disperazione di chi sa, sente che, nonostante le parole dette,
‘il dolore non passerà ’. Ma ora, speriamo, è certamente passato.
Spesso, davanti alla crescita
esponenziale di alcune malattie, ci si chiede il perché.
Rispetto ai tumori, per esempio,
è chiaro che, rispetto al passato, i motivi sono molteplici: a) impossibilità,
nel passato, di diagnosticare la malattia, da cui deriva –statisticamente-
un aumento solo teorico; b) cambiamenti
ecologici, specie nelle metropoli dove le emissioni delle fabbriche e l’inquinamento dovuto al traffico sono
elementi importanti; c) le abitudini alimentari, che sempre più frequentemente
sono dannose per vari tipi di patologie; d) variabili individuali dovute alla
genetica, allo stile di vita, etc.
Tuttavia, a volte, ci sono
enunciazioni assurde, come quelle che lessi, anni fa, rispetto al tumore al
seno, in una struttura sanitaria pubblica della mia città.
Secondo questo vademecum i rischi
, per questo tipo di tumore, aumentavano nel caso di:
a)sviluppo precoce
b)sviluppo tardivo
c)gravidanze multiple
d)gravidanza tardiva
e)nessuna gravidanza
f)aborti spontanei o procurati
g)contraccezione orale (leggi: pillola
contraccettiva e/o assunzione di ormoni, cura che spesso viene prescritta per
patologie ginecologiche)
h)allattamento al seno
i)gravidanza senza allattamento al seno
j)menopausa precoce
k)menopausa tardiva
l)familiarità (cioè casi di tumore al seno in
famiglia)
m)fumo (che, potremmo dire, fa male per qualsiasi
cosa)
n)alcool (idem)
o)mancata prevenzione (anche se poi, purtroppo,
aumentano i casi di donne giovanissime che non avrebbero, in teoria, nessun
motivo di prevenire o donne adulte che, pur prevenendo, si ammalano)
In conclusione: quale donna non rientra in questa categoria?
Sembra essere uno di quei casi in
cui, praticamente, come ti muovi ( o non ti muovi) sbagli.
In questa sorta di ‘politica del
terrore ’ manca però un’analisi generale che spieghi come mai tutte queste
tipologie di donne, nel passato, non si siano ammalate di tumore al seno o che, perlomeno, siano
decedute per altre patologie.
Lo stesso dicasi rispetto al
tumore della prostata, praticamente endemico negli uomini (purtroppo anche
giovani, intendendo la fascia generazionale dei cinquantenni).
Ebbene, un documentario americano
mi ha aperto gli occhi su queste patologie così specifiche: si tratta di Bag
It di Jeb Barrier, un documentario del 2010 che spiega gli effetti (impensabili) e dannosi
della plastica: tra questi, l’aumento dei tumori al seno e alla prostata.
I nostri Comuni, invece, ci
spingono a riciclare questo prodotto (probabilmente con ulteriori danni
ambientali) sostanzialmente dannoso. Non è questa la strada, a quanto pare…
Ovvero, è la strada dell’industria, non quella della salute.
A volte leggo/sento notizie che dovrebbero far
imbestialire e invece fanno ridere. Per esempio, stasera, il rinvio a giudizio per
‘spese pazze’ di alcuni consiglieri della regione Lombardia, tra cui Renzo
Bossi, figlio di Umberto ( per intenderci, ‘il Trota’).
Intanto la cifra scialacquata (quasi 16.000 euro) è davvero ridicola
rispetto alle strutture pubbliche (scuole, ospedali, carceri) realizzate e mai
usate in questo assurdo Paese in cui ogni appalto è una scusa per chiamare
tutti gli amichetti al magna magna e fare il peggio possibile col maggior lucro
realizzabile.
Ma, tornando al Trota, il ragazzo ‘si sarebbe appropriato della somma complessiva di
15.757,21 europer
aver messo in conto spese per caramelle,
gomme da masticare, cocktail come mojito, campari e negroni, patatine, barrette
ipocaloriche, giornali, sigarette, un iPhone, auricolari, un computer e il
libro Carta straccia di Giampaolo Pansa.
Intanto ci complimentiamo con lui per aver speso una minima
quota per un libro, giornali (immaginiamo quotidiani, settimanali culturali e in lingua lombarda e celtica, oltre che a qualche copia de Le Ore risalenti al 1983 ), per un computer e
per un iPhone, strumenti sempre utili se usati come si deve (per esempio, nel
caso dei libri, letti e non usati per accendere il camino).
Secondariamente vorremmo lavorare di fantasia e, nello
specifico, mi sottopongo alla prova e quindi immagino: di avere come padre
Umberto Bossi (potrebbe essere, se si fosse riprodotto a 18 anni); di essere
maschio; di essere riuscito ad entrare nel Consiglio regionale –con stipendio,
bonus, privilegi, etc.- e di essere abbastanza disinvolto, disonesto, ingenuo,
da pensare di poter accreditare al pubblico il mio piacere privato.
Ecco, attraverso questa mente fervida ipotizzo weekend
‘romantici’ –o scoperecci’- con ‘pupe’ varie in località esclusive o da sogno
come Venezia, Malindi o Bergamo bassa, evitando i ‘secchioni’ con cene
luculliane a base di crostacei, oppure due tortelloni e mezzo all'anice ripieni di
lumache delle Madonie nel resort dello chef di moda o, ancora, un’indigestione
di cassoeula da ‘Ambros el milanes’.
Macché... il Trota si è sputtanato 15.000 euro in caramelle, campari, arachidi
tostate, semi di girasole per criceti, cedrata Tassoni, salatini riscaldati e misto giapponese da 0,99 cent.
Neanche ‘salmonato’ è il Trota, cioè manco con quella vaga
idea di esotico di chi pensa di nuotare nella corrente della moda, del trend,
dell’idiozia generalizzata. Niente salmone, ma neanche una decisa
controtendenza baccalà.
Insomma, io vorrei spezzare
un’arancia per un tipo così e dire che questo reato – se accertato-
dovrebbe passare da subito in prescrizione per evidente incapacità di
intendere la differenza tra ‘il godersi la vita’ e l’happy hour, tra il voler
vivere bene e il sopravvivere alla moda dell’ ape- ndr:aperitivo- e del
cazzeggio.
Dato che lo sperpero del denaro pubblico è praticamente endemico
in Italia, ci dovrebbe essere una morale – una legge- che stabilisce una
differenza tra chi sperpera in modo intelligente e chi lo fa in modo cretino,
considerando almeno questo in maniera meritocratica. All’italiana, s’intende:
quindi chi non riesce a capire che una grigliata di crostacei annaffiata da Moët
et Chandon è meglio dei popcorn col Crodino deve essere assolto per
insufficienza. Di quel che volete voi.
Questo canto, ovviamente, non è
mai stato materialmente dentro un jukeboxe, ma correva per le valli, le
campagne e le montagne. È una melodia che sta dentro il nostro dna, nel nostro
jukeboxe cromosomico, perché quasi tutti noi discendiamo da famiglie contadine
e questo è un canto popolare- quindi di autore anonimo- che, nel corso del
tempo, è stato preso come inno da varie categorie.
La melodia sembrerebbe derivare
da un canto delle mondine dell’800, donne che per combattere la fatica di un
lavoro insalubre e faticoso, si facevano forza col canto. Musica davvero
popolare, che pare si innesti su poche note per contaminarsi con altre canzoni
popolari di diverse regioni, per arrivare fino ad una ballata del ‘500. E,
ancora, c’è chi dice che la derivazione sia ebraica. Comunque sia, a noi è
arrivata così e ancora ci parla di uomini e donne che lottavano per liberarsi
da un regime che, alleandosi con la Germania, aveva portato il Paese verso
l’inferno.
Ogni tanto, nella piattezza di
questa vita, ci sorprende qualche piccolo miracolo.
Da qualche tempo tutti gli
appassionati di musica italiana si chiedevano che fine avessero fatto Paola e Chiara, le due indimenticabili
sorelle del pop nostrano.
Stasera, a The Voice of Italy, tutti i fan del duo omo-simbiotico-sororale
hanno finalmente tirato un sospiro di sollievo nell ’apprendere che almeno una
metà del duo –nella fattispecie Chiara- si
è finalmente ‘rimessa in gioco’
dopo ‘un anno sabbatico’ durante il
quale sì è misurata come attrice, performer e solista. Ma, durante questo periodo, tutti noi, nonostante
problemi ben più gravi, abbiamo palpitato ogni dì chiedendoci ‘dove sono, cosa fanno, perché non cantano
più?’. Non è giusto tenere il pubblico così sulle spine, deludere in questo
modo gli sfegatati fan : quando degli artisti sono a questo livello di
eccellenza devono anche prendersi la responsabilità di rispondere alla
richiesta del pubblico, che non può vivere senza di loro. Purtroppo.
Ovviamente i giudici del talent –
Roby e Francesco Facchinetti, Noemi, Piero Pelù e JAx -sono rimasti stravolti
dalle sue capacità vocali e, quindi, caldamente auspichiamo che Chiara, che da
bionda è diventata mora, ci delizi ancora e sempre più con produzioni originali
e all’altezza della sua arte.
Per ricordare il duo, ora
tristemente scoppiato, riproponiamo uno dei suoi capolavori, Ci chiamano bambine, un brano che mette
in discussione in maniera filosofica il rapporto genitori-figli.
Tutti i genitori, i pedagogisti,
gli insegnanti , le zie, gli psicologi, i presidi e i fabbri dovrebbero
ascoltarlo, per capire quando e come dare una mazzata in testa ai ragazzi,
escludendo ovviamente le sorelle della musica italiana.
La morte di Pino Daniele ha
alcune cose in comune con quella di Lucio Dalla: inaspettata e con polemiche di
strascico.
Nel caso di Dalla ci furono i ‘talebani
dell’omosessualità’ che pretendevano un outing postumo rivendicando ‘l’appartenenza’
del cantautore ad una schiera, una minoranza cui lui non aveva mai dichiarato
di appartenere: certo non si nascondeva, ma neanche sbandierava la sua vita privata di cui,
infatti, non parlava praticamente mai.
Nel caso di Daniele, invece, c’è
l’arroganza di parte dei suoi fans e dei napoletani che si sentono in diritto
di decidere come, dove e quando debba essere esposta la salma, dove vengano celebrati
i funerali, dove debbano riposare le sue ceneri.
Viviamo in una società che vuol
decidere di te in qualsiasi momento: per legge non puoi decidere se morire
quando non ne puoi più e, anche quando muori, c’è chi vuol parlare per te, chi
rivendica il diritto di ‘iscriverti’ ad un club, ad uno schieramento, ad una
appartenenza.
Pino Daniele era napoletano, con
tutto il suo essere. Ma, se nonostante questo ha deciso di ‘riposare’ a
Grosseto, una ragione ci sarà e riguarda solo lui.
Se la famiglia, conoscendolo
molto meglio di migliaia di fans, ha deciso di celebrare i funerali a Roma,
avrà ritenuto meglio agire in questo senso.
L’appartenenza ad una città, ad
un partito, ad una minoranza non significa nulla nel momento in cui uno muore,
quindi trovo veramente pretestuose ed arroganti le rivendicazioni dei
napoletani che sentono il cantautore come una loro proprietà privata: le
persone appartengono a chi davvero le ama e, quando non ci sono più, è la loro
arte ad appartenere a tutti. Il resto è solo stupido ed inutile berciare che
dimostra solo una dilagante mancanza di rispetto verso le scelte personali.
Ora che siete satolli delle
libagioni natalizie, lancio una sfida: questo è un blog di cultura e il cibo è cultura perché ci parla del
territorio, delle sue risorse, delle sue tradizioni. L’Italia è un Paese molto
piccolo, ma estremamente ricco di paesaggi, climi, tradizioni. Per non parlare
del resto del mondo, che è un territorio sconfinato.
Sono italiana, emiliana, di
Bologna, e so che la tradizione del pranzo natalizio è abbastanza diversa
addirittura da famiglia a famiglia, figuriamoci se ci espandiamo…
La sfida, quindi, è quella di
raccogliere le tradizioni della città, della città allargata alle campagne; e
poi all’Italia, all’Europa, al resto del mondo.
Tanto per cominciare, c’è chi fa
il cenone del 24 e chi il pranzo del 25 (se li fate tutti e due fate parte di
una famiglia bulimica), ma non formalizziamoci.
Cominciamo dal minimo, cioè dal
mio pranzo di Natale tradizionale:
1)gli antipasti sono due: crostini di pane al latte (tipo
pane da toast ma al latte: a Bologna si trovano solo in uno dei più antichi
panifici bolognesi, nel Quadrilatero): i crostini si friggono nel burro; quando
sono freddi, si spalmano di burro misto ad acciughe dissalate; l’altro antipasto
è costituito dalla galantina, composto a base di carne di pollo, accompagnata
da maionese;
2)il piatto forte, ovviamente, sono i tortellini (non
chiedetemi la ricetta perché gli ingredienti sono sempre gli stessi, ma
cambiano le proporzioni e la qualità: questo fa la differenza.) I tortellini
vanno cotti rigorosamente in brodo:
riempite a 3/4 una pentola molto capiente con acqua fredda, cui aggiungerete
una costa di sedano, una cipolla, una carota, un piccolo pomodoro, un ciuffo di
prezzemolo e una crosta di parmigiano reggiano. Poi aggiungerete carni di bue:
ossobuco, lingua, girello, doppione; a seconda della quantità di brodo
desiderata, un quarto o un mezzo di gallina.
3)il secondo è composto dal carrè di bollito (cioè la
carne che avete usato per fare il brodo) e cotechino e/o zampone;
4)il cotechino e lo zampone sono accompagnati da purè di
patate; il misto di bollito, invece, da salse varie: a) conserva tripla di pomodoro (di una famosa
marca parmigiana); b) salsa verde, costituita da un pesto di prezzemolo, aglio,
capperi, acciughe sott’olio e uova sode triturate; c) mostarda di Cremona
(misto di frutta conservata nella senape); d) friggione (salsa tipica di
Bologna costituita da cipolle soffritte in olio a cui va aggiunto abbondante
pomodoro a pezzi; il tutto va fatto bollire almeno per mezz’ora)
Ecco, adesso,
se volete, in qualsiasi parte del mondo siate, mandate le vostre ricette a danila.faenza@gmail.com:
saranno pubblicate col vostro nome o, se preferite, anonimamente (specificatelo).
Aggiungete : nazionalità, Paese e Stato
(se siete stranieri), luogo di residenza; luogo di origine della
famiglia. Ovviamente sono graditi aneddoti riguardanti le tradizioni locali per
il pranzo di Natale.
Per molti, il brano rimanda ad un altro capolavoro, La cura di Battiato. Il tema, infatti, è lo stesso, ma è lo
svolgimento che è diverso, sia dal punto di vista musicale che da quello del
testo. Il concetto è, se vogliamo, banale: l’amore come salvezza, riparo,
rinascita; è un’ideale fin troppo condiviso e, nella realtà, spesso deleterio.
Ma nell’arte ha tutta la sua ragion d’essere ed ha ragione Chiara ad affermare
che si è particolarmente emozionata a sentire questo brano, perché è davvero
bello, intenso, per niente banale: perché quando l’amore tanto desiderato
arriva, guarda caso, entriamo nel panico; perché la felicità – o la paura di
essa- ci colgono impreparati, quasi allo stesso modo in cui ci coglie impotenti
la delusione. L'amore arriva in un momento in cui siamo distratti perché, se ci fissiamo sul trovarlo, lo vedremo ovunque ma non sarà da nessuna parte. Ci coglie impreparati, come sempre accade per i fatti importanti della vita. E anche chi ci ispira sentimenti forti, spesso, è inconsapevole del proprio ruolo, ma non importa.L’importante è un abbraccio, un porto in cui trovare riparo. Magari
tremando di paura, ma fermandosi lì perché, almeno per il momento, quello è il rimedio, la vita, la cura.
Il video, diretto da Marco Salom, è girato in una Roma dalla ‘grande
bellezza’ ed è interpretato da molte icone del cinema italiano contemporaneo,
da Luca Argentero a Claudia Gerini (e tanti altri).
Il rimedio la vita e la cura
Il buio non è niente
son solo luci spente,
ma è pieno di intenzioni tradite,
occasioni sprecate
gettate via per niente.
E mi rivolgo a te a te,
che inconsapevolmente
luce sei e guida sicura, nel tempo riparo
dal gelo della gente.
Crolli pure la casa di gesso, non resti neanche il muro.
Ho soltanto da offrirti me stessa,
sarà un posto sicuro.
Mi hai chiamato in un giorno distratto,
Dio com'è strano non sono sicura,
ma col tempo ho capito il regalo:
tu sei il rimedio, la vita e la cura.
Niente no
sei tu tu quel niente,
perché non c'è cosa giusta o proibita
in questo schifo di vita
che mi piaccia come niente.
E nel tuo abbraccio ho trovato un riparo
dove mi sto scaldando,
e se io fossi la tua porta sul cielo,
tu la mia stanza nel mondo.
Mi hai chiamato in un giorno distratto,
Dio com'è strano non sono sicura,
ma col tempo ho capito il regalo:
tu sei il rimedio, la vita e la cura.
Sì la vita e la cura.
Tu sei
nello spazio sconfinato di una vita insieme,
la tua pelle è il mio confine e di questa nostra storia silenziosi e soli,
scriveremo poi la fine,
la fine.
Mi hai chiamato in un giorno distratto,
Dio com'è strano non sono sicura,
ma col tempo ho capito il regalo:
tu sei il rimedio, la vita e...
Mi hai chiamato in un giorno distratto,
tu mi hai chiamato in un giorno distratto,
tu sei il rimedio, la vita e la cura.
Sei il mio il rimedio, la vita e la cura.
Sì...
Intitolo così questo appuntamento
perché la poesia, se è tale, è una delle più profonde manifestazioni
dell’anima. E l’anima, anche se di questi tempi non va molto di moda, è
l’espressione più pura di noi stessi.
Stasera Roberto Benigni ha
concluso le sue due serate dedicate ai Dieci Comandamenti con una poesia di
Walt Whitman, Oh me, o vita. Nato
negli Stati Uniti nel 1819 e morto nel 1892, è uno dei più grandi poeti
americani. La sua O capitano! Mio
capitano, dedicata ad Abramo Lincoln, è stata inserita nel film L’attimo fuggente, ampliandone la
popolarità.
Qui riproponiamo la lirica che
Benigni ha recitato stasera, proponendoci la visione dell’individualità che,
essendo unica, può contribuire all’immensa marea dell’umanità, con un verso o
una carezza.
E anche per ‘l’eterno ragazzo’ è arrivato l’appuntamento con il quarto ‘anta’.
Oggi Gianni Morandi compie 70 anni con l’orgoglio di chi, da più di 50 anni, tiene alta la bandiera della musica italiana.
Si sa che la sua carriera non è stata rettilinea poiché, dopo un inizio fulminante, ha avuto molti ‘alti’ e un lungo basso, in tutti i sensi: quando, negli anni settanta, arrivò l’era dei cantautori e delle canzoni ‘impegnate’, visse un momento critico, perché le sue canzoni, come quelle di tanti altri, erano giudicate ‘superate’ e superficiali. Ma fu proprio il basso che l’aiutò a superare quel periodo, nel senso che si iscrisse ad un corso di contrabbasso al Conservatorio di Santa Cecilia.
Al contrario di molti suoi colleghi dell’epoca, per popolarità, fortuna od ostinazione, riuscì a risalire la china e tornare al successo con brani come Grazie perché, Canzoni stonate, La mia nemica amatissima e, soprattutto, quella che è diventata un po’ la sua sigla, Uno su mille ce la fa.
Data la lunghissima carriera, è difficile scegliere una canzone che lo rappresenti e, quindi, abbiamo scelto quella che, a nostro parere, è la migliore. E migliore non significa, a volte, più popolare: Se non avessi più te ha una struttura tutt’altro che semplice e, per questo, è molto difficile da cantare.
Del resto è firmata, per il testo, da Franco Migliacci, uno dei più prolifici e talentuosi parolieri italiani e, per la musica, da Bruno Zambrini e Luis Enriquez Bacalov, grande compositore argentino naturalizzato italiano. La coppia di musicisti ha firmato moltissimi brani di Morandi e di altri interpreti (tra cui La bambola di Patty Pravo, Quand’ero piccola di Mina), ma in questa canzone hanno probabilmente dato il massimo.Per avere l’idea di quanto sia ardua l’esecuzione, ascoltatela bene e provate a cantarla: come recita il suo hit, uno su mille ce la fa.